Droni e regolamento, che pasticcio in nome della sicurezza

La modifica di Natale, le continue richieste di emendamenti da parte delle lobby del cielo, la complessità di osservare le norme, i divieti incomprensibili, la confusione tra giocattoli e aeromodelli. Questa “V2E1” è un disastro, tanto che Enac ha dovuto spiegare le ragioni dell’emendamento. Bisogna liberarsi dai preconcetti, dalla paura e dal retaggio del passato. Non è un problema tecnico, ma politico: la ricerca della “sicurezza a tutti costi” è la base più sbagliata per normare un settore che non fa morti né feriti, e che spaventa soltanto burocrati e media.

A leggere l’ultima revisione del Regolamento c’è da chiedersi quale sia il reale scopo dello stesso. Ci tocca così fare un salto indietro al 2014 per ricordare che questo impianto normativo voleva inizialmente evitare la scrittura di un regolamento tecnico, così come invece hanno tutte le altre norme aeronautiche. Volete essere sicuri che le qualità di volo del vostro aeroplano della domenica siano adatte al pilota sportivo? Progettate secondo la Cs-LSA e applicate i dettami della AC-25. Oppure, senza certificare, dichiarate che è stato fatto “rispondente” a una delle norme in vigore (FAA-Astm). Le parole dell’ingegner Enea Guccini furono: “E’ impensabile imbrigliare questa tecnologia in un processo certificativo dai costi insopportabili per le piccole aziende, soprattutto per i mezzi al di sotto dei 25 kg.” Strappò l’applauso seduto accanto a me, al Circolo della Stampa di Milano, il primo evento Dronitaly, il 5 febbraio di quell’anno.

Tuttavia le reazioni di operatori e piloti alla revisione di Natale (uscita un po’ a tradimento e senza consultazioni), sono state furiose e non sempre a torto. Per esempio, sulla faccenda degli aeromodelli (dei quali non si capisce perché Enac se ne occupi, mentre dei giocattoli no, che sono il vero problema), lo stesso ente dice che i piloti di modelli possono non conoscere le regole dell’aria, però prescrive loro di volare fuori dalle CTR. Sfortunatamente che cosa sia una CTR si impara soltanto studiando le suddette regole dell’aria.

Intanto in rete si è scatenato il meglio e il peggio – senza filtro – dell’utenza, che chiede tavoli di colloquio, chi inneggia – e non è sbagliato – alla fusione tra le troppe associazioni di settore. Apriti cielo: con meno di mille operatori in tutto nel Paese, consulenti compresi, come possono aver voce numeri piccoli perché sparpagliati in Fiapr, Assorpas, Uasit, Aidroni e altre ancora, e soprattutto: come possono unirsi e difendere l’utenza più piccola se alcune di queste associazioni sono rette proprio dalle aziende che difendono a denti stretti i risultati tecnici riconosciuti – leggi gli investimenti – che la stessa Enac aveva consigliato loro di fare anni fa?

Deja vù, come chiedere ai senatori di votare l’abolizione del Senato.

E a poco serviranno incontri promossi a macchia di leopardo (ce ne sono già due in programma a Palermo e Roma soltanto in gennaio), con i poveri operatori a correre su e giù per la Penisola in cerca di risposte.

Ci sono poi i tecnocrati puri de “Il geofencing ci salverà” (è utile per il consumer, ma chi lo certifica come affidabile per il “pro”, Enav?) oppure del “mettete il paracadute”, come se il problema del regolamento e del settore fosse tecnico e non politico.

Invece è proprio la politica – o la filosofia – del Regolamento a non funzionare: fino a quando nella redazione degli articoli del Regolamento si cerca la “sicurezza” significa che si temono il patatrac e le sue conseguenze in ogni momento, mentre se si pensasse a far volare droni ben fatti il problema si risolverebbe da sé. L’incidente avviene con più probabilità dove il regolamento si presta a interpretazioni, non dimentichiamo l’incidente di Madonna di Campiglio per quanto ci ha già insegnato, non per mettere alla gogna il pilota. Insomma, se il legislatore teme la responsabilità di non aver impedito un sinistro cercherà di porre paletti secondo le “sue paure”, e non “regole certe” attorno le quali un operatore, un ingegnere, un pilota possano muoversi sentendosi liberi di operare tutelati da confini precisi.

In questi ultimi tre anni abbiamo capito che i droni di peso al di sotto dei 25 chilogrammi – ma anche di soltanto di 10 o di 5 kg – sono quelli che hanno bisogno di un impianto legislativo più lungimirante e liberale. Pensiamo a un Regolamento 3.0 nel quale – magari – un mini allegato tecnico stabilisca soltanto i criteri – attenzione, non i parametri! – di progettazione. E che ogni costruttore possa dichiarare di averli rispettati. Altro non occorre. Il resto lo farà il mercato selezionando chi costruisce un buon prodotto da chi fa qualcosa di dozzinale. Smettiamo di dire che un drone da 299 grammi a 59 km/h con para-eliche è inoffensivo mentre uno da 301 a 61 km/h può far male. Ci siamo già passati con gli ultraleggeri e non ha funzionato.

Il colosso del drone-market non passa i criteri? Se vuole vendere al professionista si adatta, altrimenti si accontenta del consumer.

Limitazioni come il niente BVLOS “salvo tu non sia Finmeccanica” e il “niente FPV” nell’era del follow-me e dei datalink digitali sono anacronistiche; così come è di cattivo gusto scaricare la responsabilità al software del geofencing, che poi si disabilita con una cliccata galeotta e tutto torna come prima salvo poter dire “però lo sapevate”.

Sul contraltare ci sono operatori che vogliono volare multicottero a tutti i costi, anche quando un pallone frenato sarebbe molto più adatto a questa o quella situazione. Ciò smonta anche i manuali operativi, divenuti regno del “copia e incolla” sancito da un ente che non ha più risorse tecniche specializzate per seguire gli aeroplani di aviazione generale, figuriamoci per inseguire i droni parando le (spesso sindacabili) richieste di altre lobby del cielo. (E’ provato che in alcuni casi abbiano preso lucciole per lanterne, ossia abbiano scambiato ultraleggeri per droni riportando gli avvistamenti all’ATS).

I segnali di dove stia andando il mercato consumer e professionale di piccolo cabotaggio è chiaro: i droni acquistano di giorno in giorno funzionalità autonome sempre migliori e riducono dimensioni e peso: diremo presto addio alle gimball, alle ottiche reflex e ai radiocomandi, faremo volare delle appendici dei nostri telefonini che sapranno meglio di noi che cosa inquadrare e con quali focali e tempi.

Sempre che non risulti più comodo procedere con il freno a mano tirato, cercando sempre nuove interpretazioni di un regolamento che ormai è un pasticcio di correzioni, al posto che riscriverlo attingendo anche dal meglio di quello francese o di altre nazioni. finiremo per dar ragione a chi auspica un vero regolamento tecnico per progettare i droni professionali.

E per cortesia smettiamo di affidarci all’accademia, ai joule e ai paraeliche, fanno male anche quelli.

 

Articolo originale:
http://www.dronitaly.it/droni-e-regolamento-che-pasticcio-in-nome-della-sicurezza/